54° Festival dei Popoli | Reality is more

on
0

54° Festival dei Popoli | Reality is more

 
Facendo un parallelismo con il marketing, potrei senza dubbio dire che il documentario è un genere di nicchia il quale risponde a una domanda ben precisa  con un'offerta mirata e con poca concorrenza.

Ciò che però ho avuto modo di apprezzare durante questo 54° Festival dei Popoli, festival Internazionale del film documentario, tenutosi a Firenze dal 30 novembre al 7 dicembre è stata la conferma che il genere documentaristico è sì un genere di nicchia ma nicchia in senso buono, intendiamoci!

Credo che sia una forma a volte così poetica e distante dalla normale visione delle cose di altri generi cinematografici, tanto da renderla una cosa assolutamente piacevole, non banale e genuina. E per questo bella.

Il documentario ti sbatte in faccia la realtà. Lo fa con un linguaggio raffinato, frutto di elaborazione stilistica e ricerca estetica. Ma sempre di realtà si tratta: complessa, ambigua, contradditoria; e perciò sempre così difficile da comprendere.” –  queste le parole di Alberto Lastrucci, direttore del Festival dei Popoli, che condivido pienamente e che sono del tutto in linea con lo slogan usato quest’anno dal festival e cioè #realityismore che faceva da cornice a un contest fotografico, invitando tutti i  partecipanti a declinare la propria personale visione di realtà.
 

Ma parliamo di numeri.
Cento. Il numero dei documentari proiettati durante questa intensa settimana. Tutti diversi, tutti importanti a loro modo e con qualcosa da trasmettere, da raccontare.

Sette. Sono le sezioni del festival di quest’anno: dal “Concorso Internazionale” che vede 24 documentari inediti in Italia; a "Father and Son”, una retrospettiva dedicata a due autori polacchi, nonché padre e figlio, Marcel e Pawel Łoziński, che raccontano oltre quarant’anni di storia del loro paese, la Polonia. Da “Etudes sur une ville: Paris” che presenta una selezione di film dove la meravigliosa città francese è la protagonista; a "Lontano da utopia” incentrata su storie di comunità e popoli che ricercano migliori condizioni di vita.

Quattro. Sono i luoghi in cui si è svolto il festival. Dallo storico cinema Odeon con le sue poltroncine gialle e l’atmosfera novecentesca, allo Spazio Alfieri, più raccolto e moderno, all’Istituto Francese. Quest’anno inoltre il festival si è arricchito di un nuova location cioè il “Doc at work” nell’’Auditorium di Sant’Apollonia: un nuovo spazio rivolto a chiunque voglia avvicinarsi a questo genere con la possibilità di incontri, workshop e l’occasione di conoscere il dietro le quinte di questo poco conosciuto quanto singolare mondo documentaristico. Un programma denso di tematiche interessanti e attuali, valorizzato il più delle volte dalla presenza degli autori e dalla possibilità di fare domande, creare un dialogo direttamente con loro.
 

Uno, infine. Come il primissimo pass stampa che io abbia mai avuto. È stata davvero una bella emozione poter entrare esibendo il mio accredito stampa e gustare molti delle proiezioni del festival accompagnata dalle mie amiche agenda e penna.

Appena entrata non ho potuto fare a meno di notare le fantastiche grafiche di questa cinquantaquattresima edizione del Festival, realizzate dalla funky fresh factory, perciò gustatevele con calma sul loro sito.
 
Grafiche di @funkyfreshfactory

Alcuni dei titoli che sono riuscita a vedere e che consiglio sono:
“Anything can happen” di Marcel Łoziński,
che ho trovato raro e prezioso. Mostra come un bambino sia incuriosito da tutti e da tutto mentre gioca in un parco.  Le sue emozioni sono pure, illimitate  ma soprattutto non filtrate. Una freschezza mentale che poi perdiamo con gli anni ma che il regista ritrova nella dolcezza degli anziani a cui il bambino rivolge le più disparate domande.

“We steal Secrets” di Alex Gibney,
Visto durante la serata inaugurale del Festival, il film racconta in maniera avvincente l’epoca dell’informazione in cui viviamo e la continua ricerca di verità, che a volte ci sfugge. Protagonista del documentario è la controversa vicenda della nascita del sito Wikileaks e del suo fondatore Julian Assange, dal trionfo iniziale fino alla tragica caduta.

“Géographie humaine” di Claire Simone,
La capacità di questa regista francese di raccontare storie in quello che è un non-luogo per eccellenza: una stazione ferroviaria e in particolare la Gare du Nord a Parigi. Si passa dalla coppia in fuga romantica a chi viaggia per lavoro, dai senzatetto agli addetti alla manutenzione, da chi accompagna/riprende qualcuno alle guardie notturne. Un melting pot di situazioni in cui ogni storia è diversa dalle altre. Un ciclo che si ripete, una quotidianità che oscilla tra la scoperta e i ricordi formando così una geografia umana fatta di storie.
 

E poi ancora Lettres à la mer, In viaggio con Cecilia, Onder Vrouwen, Being you, being me, ‘A Iucata, Per Ulisse, sono solo alcuni dei titoli dei film proiettati al festival. Vale la pena guardare contesti diversi dai nostri. Vale la pena scoprire usanze diverse da quelle che pensiamo di conoscere. Vale la pena guardare il frutto di persone che hanno qualcosa da dirci, da raccontarci, senza infiocchettare troppo. E ne vale la pena soprattutto perché è la realtà. Come la keyword del Festival, reality is more, sta a noi scegliere cosa è more rispetto alla fiction.
 
 
Writer /// Valentina Messina
Illustrator /// Michela Rossi
Photographers /// Ilaria Costanzo / Lorenzo Ferroni
Nessun voto finora