CRACK Festival 2013 | Reportage

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CRACK Festival 2013 | Reportage

Dal 20 al 23 Giugno si è tenuto nella Capitale il Crack Festival 2013, uno dei più grandi meeting mondiali dell’arte fumettistica, come sempre nei labirinti sotterranei del Forte Prenestino. Io ci sono andato con Nicodemo e Giulia, boss e fotografa di Creazina.it. Il nostro pass è uno sgargiante braccialetto di carta fucsia. Subito stabilisco che visitare il Crack di pomeriggio ha i suoi vantaggi. Tipo che fuori ci sono 35 gradi e passare due ore nelle refrigeranti celle del Forte è quasi salvifico. E poi gli artisti non hanno ancora passato la serata a raccontare la storia della loro vita a curiosi, sorridenti e ammiccanti studenti fuori-corso squattrinati che alla fine non compreranno nulla. E quindi rispondono alle tue domande quasi amichevolmente.
 
 
Mi fermo subito a parlare con un simpatico ragazzo dall'accento marcatamente emiliano. Lui è Emiliano Mattioli e si definisce editore e disegnatore indipendente. Sono attratto dall'originale fanzine che distribuisce al modico prezzo di 1 euro. I fumetti sembrano disegnati da un bambino, è stampata su carta troppo leggera, la rilegatura è da tesina delle medie. Infatti si chiama Fumetti Disegnati Male. Pare che la prima uscita sia andata incomprensibilmente sold-out, poi tutto è andato male, come Emiliano tiene a precisare smorzando drasticamente il suo entusiasmo iniziale. Gli spetta una nota di merito per la passione che ci mette.
 
 
Comincio ad inoltrarmi tra le celle e vengo letteralmente circondato dall'arte nella sua accezione più libera e provocatoria. Molti dei ragazzi sono in piena fase creativa, vedo con i miei occhi come le loro visioni diventano reali. Spesso mi limito ad osservare silenziosamente i loro movimenti spediti.
 
 
Lui è Soopa, un portoghese la cui principale forma d’arte consiste nella creazione e nella stampa in serigrafia delle copertine dei vinili. Ha con sé una meravigliosa valigetta- giradischi portatile. Gli chiedo insistentemente delle sue opere ma si limita a farmi ascoltare della musica che definisce Electronic Turkish. Una roba che non ballerebbe nemmeno un fricchettone spagnolo dopo 3 bottiglioni caldi di vodka-orange ad un party trash sulla scalinata di Lettere per la raccolta fondi a sostegno delle spese legali di qualcuno che ha dato fuoco a qualcosa. Ma perlomeno mi mette di buon umore.
 
 
Dopo aver meditato a lungo sulla semiotica di una stampa di Stalin in cui un pene esce dalla bocca dell’ex leader sovietico, mi imbatto in uno dei progetti che trovo più interessanti. E’ quello dei ragazzi di Lucha Libre, un magazine con una precisa visione dell’arte, nata da riflessioni incrociate su cinema, letteratura e fumetto. Sostengono che l’editoria abbia una missione ben precisa e che, nell’era di internet, è necessario ritornare a realizzare fisicamente l’oggetto che veicola le informazioni: il magazine. Ogni numero della rivista è pensato su due livelli di lettura, due linguaggi: quello dell’illustrazione e quello della narrazione, uniti da un unico filo conduttore che si incontra e scontra nel mezzo.

Quindi incontro l’immancabile personaggio con la scintilla di speranza negli occhi, e capisco subito che ha qualcosa da raccontarmi. Ho ascoltato volentieri la sua storia, anche perché parlare con un artista che non si esprime a monosillabi è di per sé un successo. Lui fa parte dei Minesweeper Collective, è italiano, ma 2 anni fa è partito per Londra alla ricerca della sua strada. Qui un suo amico ha ricevuto inaspettatamente un’eredità consistente, ed ha pensato di fare quello che avremmo fatto tutti: ha trovato una vecchia imbarcazione della marina britannica dilaniata da un incendio e abbandonata in mare. L’ha comprata, l’ha ristrutturata e si è autoproclamato capitano. Ovvio. Ora vivono lì, disegnano fumetti, presentano sulla nave le loro produzioni e da 2 mesi si lavano con l’acqua piovana. Quindi se stai ancora pensando di investire i tuoi risparmi per iscriverti a quel master in Business Administration alla Jhon Cabot University, quantomeno valuta bene tutte le alternative.
 
 
Immancabile anche l’installazione post-moderna, la cui inutilità è degna dell’attuale stato dell’arte contemporanea.

Chiudiamo in bellezza assistendo agli esilaranti Globo Soliloquy di Alchemical, brevi video in cui un’anatra si interroga, con l’ausilio di geniali sottotitoli, sui perché della sua inutile esistenza. L’anatra è veramente di proprietà dell’autore e vivono insieme in campagna.

Sarà che inspiegabilmente non ho bevuto nemmeno una birra durante la visita, ma mentre cerco l’uscita mi scopro abbastanza lucido per pormi profondi interrogativi sul mercato dell’arte. Tipo mi chiedo com’è possibile che qualsiasi idiota che vada al Saint Martin College of Art and Design venga ritenuto un grande artista nonostante possa asserire cose come “la manualità non è importante, io ci metto l’idea e poi la faccio realizzare da qualcun altro” (lo pensano davvero). Mi chiedo com’è possibile che questi possano vendere un disegno di merda (fatto da un altro) a migliaia di euro nelle più blasonate gallerie, mentre qui ho conosciuto alcuni fottuti geni che girano il mondo e vendono le loro opere a 15 Euro, e se gli va bene vanno a vivere su una barca. Mi chiedo se siamo riusciti a escludere la bellezza anche dall’unico campo in cui da essa non si dovrebbe mai prescindere.  

Annegando tra i miei dubbi perdo l’orientamento e non trovo più l’uscita. Ma a conferma del fatto che Il Crack è pur sempre uno luogo magico, ad indicarmi la via ci pensa l’ultima signora che mi sarei sognato di incontrare.
 
Writer /// Davide Azzarello
Illustration /// Andrea Ristaino
Photographer /// Giulia Venanzi
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