Giacomo Costa, visioni (non) fotografiche

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Giacomo Costa, visioni (non) fotografiche

Quarantenne artista visionario, maestro del fotoritocco e del 3D, sempre scambiato per architetto, fotografo che non fotografa. Inizia Talikin Ied e apre Giacomo Costa. L'aula comincia a riempirsi, dietro la cattedra compare un ragazzo con un pò di barba, capello corto disordinato, jeans e maglietta rossa. Potrebbe essere un ex studente ied o uno dell'organizzazione. Silenzio in aula. Il direttore introduce la conferenza e il ragazzo prende parola. Non è né un ex studente né uno dello staff. E’ un "vecchio" artista. Giacomo Costa inizia a parlare.


Si capisce subito che la conferenza non sarà per niente noiosa, Giacomo sfodera due battute da toscanaccio e il suo biglietto da visita: sé stesso. Le sue movenze, il suo modo di parlare. Racconta la sua vita avventurosa, dell'infanzia in un piccolo centro alle porte di Firenze, del pessimo rapporto con gli studi, del passato da motociclista di corse clandestine e da scalatore professionista, dei suoi primi approcci alla fotografia fino agli ultimi lavori per la biennale di Venezia. La riempie di aneddoti che fanno ridere sul serio, anima la sala come farebbe un comico, la coinvolge come fa un artista. La biografia è un modo più umano per parlare delle sue opere, ogni racconto buffo è un pretesto per argomenti molto più profondi. Ha esordito dicendo "non c'è niente di peggio di un artista che parla della sua arte", ma la sua arte esce costantemente dalle parole, mai con il linguaggio della critica e del mondo delle gallerie.


Sono le contraddizioni utopiche delle storie che racconta in relazione ai suoi lavori, a rendere unica l'esperienza di questa chiacchierata. Quando ci dice che le sue opere non vanno spiegate con un libro, ma semplicemente osservate, quando ci parla dell'immediatezza espressiva dei suoi lavori, nettamente contrapposta all'arte concettuosa e astratta, subito viene in mente la estrema complessità, quasi maniacale, con cui vengono realizzate. Le sue visioni post apocalittiche hanno come tema ricorrente il rapporto tra modernità e natura, si intravede sempre un motivo ecologista, dove l'uomo e le sue azioni distruttrici sono protagonisti, eppure la figura umana è perennemente assente. Alla richiesta di autodefinirsi, si definisce fotografo. Eppure, le sue fotografie non sono il risultato di foto. Come i suoi soggetti assurdi, stasera sembra che tutto sia armonicamente e giustamente fuori luogo, viene voglia di parlare di filosofia in un bar a trastevere e allo stesso tempo di calcio in un cenacolo culturale.


La sala non è per niente stanca, ma bisogna chiudere e c'è tempo solo per un'ultima domanda. "Qual'è il tuo rapporto con lo spazio pubblico?"- gli chiede una signora dalle prime file. "Lo spazio pubblico", risponde, " in quanto tale ci appartiene,  l'uomo deve infiltrarcisi dentro e rinascerci, riappropriarsene in maniera spontanea, anarchica, violenta".


 

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