Ila Bêka | interview

on
0

Ila Bêka | interview

È un architetto ed un regista, ma soprattutto un uomo che delle sue passioni ne ha fatto un mestiere e del proprio mestiere una passione. La sua esperienza lo ha portato a cambiare qualcosina nel mega mondo del cinema. È l'ideatore dei millimetraggi e della saga Living Architectures, film che mettono al centro dell'obiettivo le relazioni tra gli abitanti/passeggeri che attraversano alcune famose abitazioni private.


Che tipo di architetto è un regista? In che maniera un regista è architetto?
Si fa spesso una similitudine fra film e architettura, ma non è una cosa che condivido. Non penso che il cinema sia costruibile come l'architettura, in quanto hanno delle esigenze differenti.
In architettura il progetto è sempre finalizzato in visione della funzione. L'edificio deve funzionare, è questo che hai sempre in testa quando fai architettura.
Mentre il cinema non ha funzioni, anzi se ne libera.

Alfred Hitchock realizzava i set in dettaglio per stabilire con precisione il piano d'azione. Non crede che in un certo senso piegasse la metodologia architettonica al cinema?
Si ma si tratta di spazio cinematografico, nel senso che tu lo progetti per farci muovere i personaggi all'interno, ma non è la struttura architettonica. Secondo me il cinema non ha finalità dal punto di vista proprio di  funzione se non quella di far passare un messaggio, di dire qualcosa o di raggiungere un risultano come accade nei i film di genere in cui l'obiettivo è far paura o far ridere. Ma la funzione non esiste.

Lei ha fatto avvicinare l'architettura al cinema, guardandola da tutt'altro punto di vista. Come nasce questa analisi? Dalla passione per il cinema?
In realtà non ero molto interessato all'architettura nel cinema, credo che l'architettura non voglia dir nulla. L'architettura fa parte del cinema perché tutto fa parte del cinema. Sta a chi filma decidere se questa sarà solo uno sfondo del film oppure diventerà qualcosa di più importante. Però il rapporto fra architettura e cinema a mio parere ancora oggi è un rapporto quasi pedagogico. I film d'architettura che sono stati prodotti fino ad oggi, non sono mai riusciti a liberarsi di questo aspetto o, nel peggiore dei casi di quello promozionale dell'edificio.
Anche li c'è una questione di funzione: sono dei film che hanno uno scopo preciso, ovvero parlare in una determinata maniera di una struttura.
Nei films che faccio con Louise Lemoine tentiamo di staccarci un po' da questo scopo e cerchiamo di vedere cosa avviene all'interno dell'architettura. Vogliamo capire che tipologia di rapporti si instaurano fra le persone e gli spazi.
Un architetto ha la funzione precisa di creare degli spazi che rispondano ad un programma, ma che soprattutto faccia degli spazi un luogo in cui ci si senta bene, che siano quindi gradevoli. E noi entriamo in questi spazi per cercare di vedere se noi stessi ci sentiamo bene, vedere come ci si rapporta a questi luoghi e come le persone che li vivono da tempo ci si rapportano. E quindi non è altro che un cercare di vedere le ipotesi che l'architetto ha fatto prima del progetto e verificarle.
E l'unico modo per fare questo, era introdurre nel film d'architettura le persone che ci stanno dentro, il movimento e la parola, cose che prima non si sono mai viste nei film.

Ci racconta la storia dei Millimentraggi? Come nascono?
Sono piccoli film che facevo all'inizio. È stata la mia scuola, perché io non ho fatto alcuna specializzazione cinematografica. Con l'esperienza dei piccoli film, imparavo ogni volta qualcosa che poteva essere la direzione degli attori o il montaggio o la luce. In realtà era una maniera per fare divertendomi la mia scuola da autodidatta. Poi per caso sono stati fatti per delle televisioni, sono piaciuti sempre di più e me ne hanno commissionati una serie. Ne abbiamo fatti quasi quasi 170.

La prima sezione era di 40 millimetraggi. Erano tutti personali?
Io ho cominciato subito con un canale, TMC (ndr. Telemontecarlo) che mi aveva chiesto di farne due; poi me ne hanno chiesti altri due, e di lì a poco si sono raddoppiate le richieste. Sono andato avanti per un po' lavorando con loro. Poi ho lavorato con un altro canale, Studio Universal. Loro mi hanno chiesto di creare un formato più preciso in modo che poi potessero farne fare anche ad altri registi. Così ho creato questo formato di film da 100 secondi, chiamandoli "millimetraggi".

Quando c'è stata la svolta nella sua carriera?
Io non credo di aver svoltato, mi sento sempre in curva. Svoltare in curva non è facile.

Il suo film preferito?
È difficile dirne uno.
Io sono un amante di Monteiro. Probabilmente sono quelli i miei film preferiti.

Quanto conta la bravura di un attore in un film?
Credo conti tanto, ma io sono più per l'attore che non deve interpretare. Non sono per l'attore che entra nel personaggio e lo vive. Io ho fatto un lungometraggio e lì i tre attori protagonisti erano disperati, volevano andarsene perché chiedevo loro di non interpretare nulla. Sono tantissimo per la presenza, soprattutto fisica, ma meno fanno, meglio è. Un attore, un personaggio può rimanere impresso nella memoria anche senza far nulla, così come nell'architettura. "L'eclisse" di Antonioni, che per me è un film meraviglioso, per esempio punta più su togliere mentre gli attori tendono sempre a "riempire".

Un film recente che le ha fatto pensare al "riempito"?
La gran parte.
Ci hanno ormai abituato a vedere immagini pulite, patinate.

Ci sono ancora film che lavorano diversamente, per esempio nel cinema orientale.
Nella nostra cinematografia diamo molto meno spazio all'immagine e più alla sceneggiatura. Ci sono tantissimi, troppi film tratti da libri. Cosa che rende più semplice il lavoro, anche perché le persone vogliono confrontare le proprie immagini con quelle del regista. Oggi la dittatura della sceneggiatura è tremenda, perché il film si racconta, ci si chiede cosa è successo. Un film di cui non si sa cosa raccontare, sembra già un film scadente. Ci sono invece dei film straordinari dove non succede niente. Stiamo perdendo questa capacità di trovare piacere in altre cose che non siano la storia o la sceneggiatura. Non credo che raccontare sia l'unica maniera di far cinema.

Ci sono tanti film americani dove ci sono molti effetti speciali ma poca sostanza.
Io, nel disastro totale del cinema, sarei molto di più per l'effetto speciale piuttosto che per la sceneggiatura, perché è un ritorno all'idea del cinema come spettacolo.
Le storie sono sempre le stesse, sempre uguali.
L'effetto speciale lavora sulla potenza delle immagini, ma difficilmente c'è poesia, tranne per l'animazione. Nel cinema commerciale, i film d'animazione sono la cosa più interessante oggi.

Che tipo di relazione esiste tra lo spazio progettato e l'uso che se ne fa?
L'architettura può tener conto o accettare che chi vive uno spazio ha la libertà di poterlo trasformare in modo da personalizzarlo. Oggi è molto interessante questo tema. Sempre di meno le persone possono interagire con lo spazio che paradossalmente gli appartiene. Questo è comprensibile in un museo perché c'è una volontà di spazio pubblico, ma sta avvenendo anche nelle case private. Ci sono casi in cui persone acquistano case di architetti famosi non potendo poi modificare magari una porta.
Si può pensare a degli spazi già prevedendo dall'inizio che saranno personalizzati, in modo che le persone possano cambiarlo a secondo dei propri gusti e comodità. E un architetto deve altresì accettare che un proprio edificio possa essere trasformato.

E per quanto riguarda la casa privata?
Per la casa privata la questione è diversa. La tendenza è quella di rendere una casa anche meno vivibile ma più rappresentabile. Per gli spazi pubblici è più complesso, perché nessuno mai permetterà a degli statori di un museo o di una chiesa, di cambiare. Sarebbe bello per esempio mettersi fuori ad una chiesa e vendere dei cuscini dai colori flou, per stare più comodi sulle fredde panchine in legno. Chissà se farebbero entrare le persone con questi cuscini. Sarebbe interessante vedere che succede.

Cos'è uno spazio comune oggi?
In Italia questo spazio è la strada, forse più al sud che al nord, è come se fosse un prolungamento della casa. Più si va al nord, forse per motivi meteorologici, più si perde quest'idea di spazio comune. A Firenze ci sono palazzi rinascimentali che hanno in facciata dei banchi in pietra previsti per potersi sedere. Questo non l'ho mai più visto e sarebbe interessante costruire in funzione di questo bisogno. A Parigi sono scomparse quasi tutte le panchine per la paura che i barboni ci vadano a dormire. Questo è il caso di uno spazio comune "controllato", così come la piazza è fatta in modo che tutti vadano lì e non altrove.

Interview /// Federica Caglioti
Illustration /// Andrea Chronopoulos  /// Fabrizio Des Dorides

 

 

 

 

 

 

See more on:
Bêka Films

Living Architectures

Il tuo voto: Nessuno Media: 5 (1 vote)