Daniele Tozzi aka Pepsy | Calligrammi

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Daniele Tozzi aka Pepsy | Calligrammi

Quando conobbi Daniele Tozzi, un paio di anni fa,  era solo all’inizio della sua nuova sfida artistica. Oggi si è affermato come una delle più interessanti novità della scena e a breve presenterà i sui lavori alla Galleria Varsi. L’ho incontrato nel caldo ambiente di Rosti al Pigneto e mi ha raccontato la sua storia. Ha spiegato di quando l’hip-hop non era una moda e alle jam ci andava chi ci credeva davvero, e di come ha reiventato le sue lettere riuscendo ad imporre il suo attuale stile: i calligrammi.
 
  • Iniziamo dalle origini. Quand’è successo che Daniele Tozzi è diventato Mr. Pepsy?
    Ricordo esattamente il mio primo pezzo, era il 6 gennaio ‘97, secondo anno del liceo. Allo SNIA c’era una jam. Mi ricordo i vestiti larghi, la musica giusta e ognuno che faceva il suo nella propria disciplina. Insomma era la cosiddetta "vecchia scuola". Erano i tempi della mia prima crew che si chiamava Fuori Serie, poi allo IED nacque The Love Movement. Tutto è nato dalla mia smodata passione per le lettere, che mi ha spinto a iniziare con le tag sui muri.
  • “Ho Un Sogno”, “Fatti Strada”, “le Idee Sono A Colori”. Queste sono solo alcune delle frasi che avete reso graffiti per le strade romane.  I vostri pezzi suggeriscono positività e fiducia in un futuro che riuscivate a vedere a colori. Questo è un messaggio un po’ rivoluzionario ed in controtendenza con il più cupo stile capitolino o sbaglio?
    Non sbagli, anche se i pezzi che citi appartengono già ad un periodo più maturo. Avevamo trovato la nostra strada che si può riassumere in una citazione dai Colle der Fomento: Solo Amore Se Amore Sai Dare. Noi, io, siamo per quello: fare e dare amore, voglio trasmettere storie positive. Non farò mai teschi, fiamme e roba così. Per me l’ Hip-Hop è prima di tutto amore.
  • Pensi che voi, pionieri dello stile hip-hop, siate riusciti a trasmettere qualcosa, in un certo senso indicare la strada a chi oggi appartiene a questa scena?
    Io faccio parte della seconda generazione e questa è, per dirla ironicamente, un pò una rosicata. Prima di me c’era già altra gente, io mi sento solo un pezzo del puzzle. La generazione attuale è lontana dai quei valori, oggi non c’è più l’hip-hop. Sono d’accordo con Dj Gruff quando dice che ora fanno i rapper perchè “vengono bene su MTV”. Tutti che fanno i gangsta e poi se vai a vedere abitano a Trastevere o a Testaccio. In fondo questa generazione non è altro che il riflesso dei tempi moderni.
  • Cos’è cambiato?
    Prima la passione era alimentata dalla ricerca. Dovevamo andare fisicamente a vedere i pezzi più fighi, comprare fanzine e andare agli eventi per conoscere altra gente con i nostri interessi. Oggi è diverso, prendi i breaker: si geolocalizzano su facebook e ballano quasi esclusivamente nelle palestre. Internet da questo punto di vista ha un po’ ucciso la passione.
 
  • Poi è arrivato lo IED. Frequentare un istituto del genere può rappresentare un passo importante per chi ha deciso di intraprendere la strada artistica. Raccontami quella fase della tua vita.
    Lo IED è stato importante da molti punti di vista. Io avevo le idee molto chiare e ovviamente devo ringraziare i miei che mi hanno aiutato a metterle in pratica. In quel periodo ho iniziato un progetto iconografico nuovo, nella TML ognuno aveva un simbolo: chi l’idrante, chi il deposito di Zio Paperone, io avevo i cuori. Usavamo tantissimi colori ed anche in questo eravamo diversi dagli altri: loro facevano sempre la stessa roba con il nero e l’argentato. Io da ragazzino la mia paghetta praticamente la davo interamente al Frasca, dove mi rifornivo per gli spray di ogni tipo. Dopo lo IED ho trovato lavoro in due giorni. Sentivo che era il mio momento. Ho lavorato due anni per una web-agency e poi sono finito a fare quello che mai avrei immaginato: disegnare vestiti. Zero street-wear, mi occupo più che altro di, come dire, “casual”.
  • Invece dal punto di vista artistico hai intrapreso la strada della calligrafia. Da dove viene questa nuova svolta?
    Il fatto della calligrafia inizia con un workshop tenuto da Luca Barcellona (pietra miliare nel campo della grafica e dell’hip-hop, dove è noto come Lord Bean, ndr). Lui ha lanciato questo stile sul mercato, ne è l’inventore, prima non c’era nulla. E come sempre è partito tutto da lì: la mia passione per le lettere. Dopo quel workshop ho capito che potevo intraprendere quella strada, reinventare i miei simboli. Mi sentivo come un bambino che comincia coi graffiti. Ho iniziato a fare mostre, di cui la prima al 30Formiche che andò alla grande. All’epoca ero un principiante, disegnavo coi pennarelli, poi sono passato ai Color Brash giapponesi  che ti danno possibilità uniche. La svolta credo sia arrivata con l’esposizione a Pigneto Città Aperta, che mi ha permesso di uscire dalle piccole situazioni per arrivare a collaborazioni più importanti come quella che sta maturando con la Galleria Varsi, grazie al fondamentale aiuto delle mie strepitose curatrici Marta Gargiulo e Giulia Trionfera.
  • Oltre alle esposizioni, hai portato anche sui muri il nuovo stile?
    Certo, ad esempio tengo molto a pezzi come La Rage Du People che ho fatto a S.C.U.P. (spazio occupato nei pressi di San Giovanni, ndr) ispirarandomi ad una traccia dei Keny Arcana e quello al Tufello presso la palestra popolare Valerio Verbano.
  • Da un lato sei un artista con un background importante nell’hip-hop - che ha i suoi valori e le sue logiche - dall’altro ti sei comunque affermato dal punto di vista professionale nel mondo delle arti visive. Come riesci a conciliare i due aspetti?
    Dal punto di vista del mio lavoro di grafico sono un po’ una "puttana", se mi propongono dei lavori non mi tiro indietro, ed ovviamente chiedo in cambio il giusto senza sconti. Tuttavia mi posso ritenere fortunato perchè quasi tutte le proposte che ricevo sono in linea con quello che amo fare e che mi interessa, in questo caso i calligrammi, e mi vengono richiesti proprio perchè sono io a farli. Tuttavia apprezzo molto gli artisti che invece non accettano commissioni e pittano esclusivamente quando gli va, come Blu, che guadagna solo dagli sketch che vende sul sito. In generale mi piace fare quello che faccio, sia quando decoro le città con i miei pezzi - e spero di arrivare a farlo in grande stile - sia quando lavoro come “dipendente”.
 
  • Che ne pensi dell’ondata di street-artist che ha invaso recentemente la scena artistica?
    L’etichetta Street Art oggi è un pò inflazionata. Questa definizione abbraccia indubbiamente una molteplicità di stili, ma non tutti quelli che scrivono sui muri sono street-artist. La strada è un’altra cosa.
  • Quando la strada non è il posto dove crei la tua arte, in che ambiente disegni?
    Di solito disegno a casa, sul tavolo della cucina. Amaro e sigarette, mentre la mia compagna lavora di cucito. In quei momenti mi lascio ipnotizzare dalla musica. E’ il mio tantra, sento musica mentre scrivo di musica e penso ad altra musica. In questo modo riesco a entrare in quella dimensione ascetica che mi permette di lavorare. 
  • Che hai mente per il futuro?
    A breve ci sarà la mia personale alla Galleria Varsi, in futuro mi piacerebbe collaborare ad una graphic novel. Inoltre tengo molto ad un progetto che sto portando avanti da un po’: mi sono prefisso di creare dei calligrammi partendo dai versi di artisti come Colle Der Fomento, Assalti frontali, Paura, DJ Gruff. E magari potrebbe uscirne un bell’evento.
  • Ultima domanda. Roma è la città in cui sei nato e cresciuto, la città in cui sei diventato un artista e un professionista. Che tipo di rapporto vi lega?
    Roma ai miei occhi cambia sempre perchè cambio io. Forse oggi proverei ad andare a vivere a Berlino, ma non lascerei mai Roma per andare, non so, a Milano. Non esiste Milano, per me esiste solo il Pigneto. E a dirla tutta ci sto bene.
 
Writer /// Davide Azzarello
Illustrator /// Matteo Franco
Photographer / Photo Editor /// Giulia Venanzi

 
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