iSee, quando il virale ci vede bene

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iSee, quando il virale ci vede bene

Un prodotto sensazionale, in grado di rivoluzionare per sempre un intero settore commerciale. Con prerogative fantascientifiche e suggestioni da film di Hollywood, la notizia dell’uscita di iSee è di quelle che fanno gola a ogni sito e rivista, è la classica curiosità che Studio Aperto (ma Tg1 ormai non è da meno) ti manda in prima serata tra i servizi di costume. Questo i ragazzi che hanno concepito l’idea lo sapevano bene e per questo ci hanno investito sopra.

iSee è fondamentalmente una lente a contatto usa e getta, che può correggere problemi di vista o essere usata, a scopo estetico, per colorare l’iride. La particolarità del prodotto sta nella materia di cui sono composte le lenti. Le lenti sono totalmente liquide e si applicano attraverso una avveneristica bomboletta spray. Sono lenti a contatto spray. Risulta evidente che un prodotto simile non può che avere successo e generare attorno a sé un alone di curiosità. L’unico problema è che il prodotto non esiste e probabilmente non esisterà mai.

Abbiamo incontrato Roberto Grasso, ex studente Ied e ideatore, assieme ad un gruppo di 10 ragazzi, di iSee. Ci siamo fatti raccontare come siano riusciti ad arrivare, nel giro di pochi giorni, da un Mac di via Alcamo a decine di siti sparsi per il mondo e alla home page di Repubblica.it, uno dei siti più visitati in Italia, generando, a loro modo, una piccola case history.

Tutto ha inizio la notte di Tutto in una notte, un concorso interno dello Ied. Tema della serata era pensare un oggetto futuristico allo scopo di generare in rete più rumore possibile. Uno studente di sound design, Mario Fabiani, propone l’idea delle lenti spray, che, anche se in un primo momento scartata, viene sostenuta dal professore che coordinava il gruppo e mandata avanti. Vengono realizzati un video, un gruppo face book, un minisito, una campagna e una immagine coordinata che definire low budget è un eufemismo. L’inesistente prodotto viene reso consistente e riempito di contenuti fittizi presi in prestito dalla rete. Lo scrittore Max Frisch diventa uno scienziato svizzero coordinatore del gruppo di ricerca del Franz Shurrer Institut, sviluppatori del progetto iSee. Viene creata in poco più di un’ora una piccola quanto (in)credibile storia, infarcita di paroloni da oculista come ipossia oculare o tecnica di pigmentazione. Per sperare che qualcuno abboccasse e si creasse rumore in rete non restava che lanciare l’esca. Il professor Daniel Area Wakahisa posta così un articolo su un blog di moda italiano e su un blog giapponese.

La voracità di notizie futili e poco attendibili della rete è rinomata, ma neanche i ragazzi avrebbero sperato in un effetto a cascata così rapido. Nel giro di tre giorni infatti ben cinque pagine di google rimandavano a blog e siti d’informazione che parlavano delle miracolose lenti a contatto. La posta di Roberto è stata invasa da decine e decine di mail provenienti da ogni angolo del globo con le più disparate richieste. Riviste e siti del settore che si mettevano in fila per ottenere un’intervista dal dottor Frisch, case farmaceutiche di Singapore, come farmacie tedesche, in fervida attesa della distribuzione, chiedevano di unirsi al business. Roberto ha tirato l’amo il più possibile, dando risposte vaghe, trovando scuse per posticipare l’uscita ufficiale del prodotto, smarcandosi da situazioni potenzialmente pericolose, come quando il vero Franz Shurrer Institut si è fatto vivo e ha chiesto spiegazioni, nella più italiana delle maniere: “si tratta di un equivoco…”. Dopo cinque giorni si è raggiunto il picco di popolarità, l’home page di Repubblica.it. Era stupefacente vedere l’occhio di Roberto della finta pubblicità di iSee, con tanto di articolo annesso, campeggiare sul sito del più importante giornale italiano grazie a una “cavolata” imbastita in poche ore.

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